11° Puntata del 24 aprile 2020


Buonasera San Carlo!

Il più famoso romanzo d’Italia, scritto da Manzoni, I promessi sposi, l’abbiamo un po’ riscoperto forse grazie a questa pandemia – non solo per il tempo che abbiamo di leggere ma anche per le profonde analogie che troviamo tra quello che scrive Manzoni e il nostro tempo e il nostro modo di reagire. Forse i capitoli sulla peste, come essa è arrivata e come la gente di Milano si è industriata per superarla, ha dell’incredibile.

Ma vorrei questa sera intrattenervi su un tema particolare che riguarda la quinta e la sesta preghiera del Padre nostro: “rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Cosa c’entrano I promessi sposi? Vorrei introdurre queste due espressioni di preghiera invitandovi caldamente a rileggere il IV capitolo de I promessi sposi. Lo conosciamo bene, l’abbiamo studiato a scuola, gustato, forse anche un po’ odiato, dipende d tante cose, dagli insegnanti, dall’epoca e così via.

È quel capitolo che ci parla della storia di fra Cristoforo, di Ludovico, questo ricco rampollo che sfida il nobile a duello e il nobile soccombe alla spada di Ludovico, ma anche il bravo che accompagna Ludovico, Cristoforo muore. Ludovico viene ricercato dai parenti del nobile ucciso e si rifugia in un convento dove avviene la conversione; quindi lui diventa novizio e diventa frate, assume il nome di Cristoforo, appunto come il bravo, il suo amico che in qualche modo lo ha difeso. In lui, però, qualcosa manca. Deve sistemare una faccenda di coscienza. Vuole andare a chiedere perdono al fratello del nobile ucciso, e allora si presenta nel palazzo. È bellissima la scena che Manzoni descrive, contrapponendo la semplicità del francescano, il suo saio e la bisaccia di juta con l’opulenza degli abiti, le gorgiere, le corazze, l’elsa della spada, la fierezza di questi nobili. A questo punto Ludovico – che ora si chiama Cristoforo – schiettamente dice: “io sono l’omicida di vostro fratello”. Questo spiazza tutti, e dopo un dialogo intenso e una scena commovente che solo Manzoni è capace di descrivere, avviene la riconciliazione. Cristoforo chiede un segno, chiede in cambio qualcosa di tangibile perché questo perdono dato sia reale, sia vero, sia oggettivo – nel senso che si possa raccogliere in un oggetto. Chiede il pane, un pane, una pagnotta, che gli viene portata su un piatto d’argento. Un pane semplice, pane che sfama i ricchi e sfama i poveri, sfama l’umile e sfama il grande; viene messo nella bisaccia e verrà conservato per tutta la vita da fra’ Cristoforo.

Credo che questa bellissima storia, una parabola quasi evangelica, aiuti a cogliere cosa significa “rimetti a oi i nostri debiti”, e a leggere come una richiesta di perdono la preghiera “come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Ieri parlavamo di pane, e il pane quotidiano è anche il pane del perdono. C’è questo passaggio nel Vangelo di Matteo, quando Pietro chiede a Gesù: “quante volte dovrò perdonare mio fratello, fino a sette volte?” E Gesù dice: “non fino a sette volte ma fino a settanta volte sette”, un’infinità di volte.

Come dicevamo appunto ieri, questo pane è il pane da chiedere, necessario per ogni giorno e insieme va domandato anche il perdono, l’attitudine a perdonare anche le piccole cose, perché siamo fallibili, perché siamo fragili, perché sbagliamo, perché cadiamo, perché siamo imperfetti, perché o lo facciamo apposta o non lo facciamo apposta, perché ci feriamo gli uni gli altri.

Noi cristiani siamo quelli che sono almeno capaci di avere una logica di perdono, anche se forse è difficile perdonare, possibile. Siamo tanto solleciti a chiedere che Dio ci perdoni e ci salvi, forse tanto avidi nel donarlo. Fra’ Cristoforo porta con sé questo pane tutta la vita. Questo pane gli ricorda il suo peccato. Gli ricorda la possibilità di cadere; gli ricorda però anche la salvezza che ha ricevuto come un pane, gratuitamente dato. Un pane nutre. Cristoforo non si nutre dei propri sensi di colpa. Possiamo immedesimarci in questa logica. Ho fatto qualcosa di sbagliato nel mio passato ed è un’ombra che segna per tutta la vita, ma questo pane nutre il senso di perdono da elargire; mi ricorda che a me è stato dato un perdono, perché questo perdono possa io ridarlo e sfamare chi me lo chiede. “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Vado alla fine de I promessi sposi. Fra’ Cristoforo contrae la peste, morirà nel lazzaretto e incontra di nuovo Renzo e Lucia e consegna loro proprio questa sorta di teca, una scatola di legno con questa pagnotta, la consegna loro dicendo: “voi che avete subito tante angherie, voi che in qualche modo siete stati provati dalla vita e avete assaporato anche la provvidenza, ma soprattutto per i vostri figli, per la vostra famiglia, questo pane vi ricordi che il perdono può vincere tanto male. Perdonate ai vostri persecutori” chiede così fra Cristoforo, e invia Renzo da don Rodrigo che muore nel lazzaretto.

L’attitudine al perdono è una grazia da chiedere quotidianamente.

A tutti voi un cordiale buonasera

Sempre uniti e saldi nel Signore

Vostro don Emanuele




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