4° Puntata del 16 aprile 2020


Buonasera San Carlo!

Caro papà, quante volte abbiamo iniziato una preghiera con questa espressione, forse pochissime, forse mai. Eppure se dovessimo parafrasare la preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli potrebbe proprio iniziare così: “Caro papà nostro”. La parola abbà è parola che i bambini ebrei pronunciavano tra le prime. Una parola che apparentemente non ha nessun significato. Abbà è blaterale, sono le prime sillabe che vengono pronunciate, eppure il Vangelo, il Nuovo Testamento, Marco, la Lettera ai Romani, la Lettera ai Galati conservano questa espressione aramaica dei bambini quando ci vogliono raccontare come Gesù chiamava Dio: abbà.

Tra l’altro questo è un termine che entra anche nella lingua italiana, prima latina e poi italiana ed è usata anche come titolo ecclesiastico. L’abate e l’abbadessa, non sono null’altro questi termini, delle trasposizioni dell’ebraico abbà: l’abate è il padre dei monaci, il padre spirituale, il padre della comunità. Nei detti dei Padri del deserto, loro venivano chiamati appunto abbà, abati; badesse, le Madri.

Caro papà. Così allora vogliamo rivolgerci a Dio e scoprire anche attraverso questo termine che cosa Gesù ci consegna con la parola Padre, con la parola papà.

Innanzitutto, questa è una preghiera che rivela. Rivela due elementi. Il primo è il rapporto tra Gesù e Dio, un rapporto che è singolare e unico, è solo loro. Lui è il Padre che ha generato l’unigenito Figlio. È un rapporto profondo ed intimo, un rapporto unico. Ed è bello che la preghiera inizi e metta sulle nostre labbra questa parola perché la domanda che occorre farsi è: come Gesù viveva il suo essere Figlio del Padre? Come Gesù amava il Padre e lo ama? Come Gesù intende l’immagine di Dio che è papà?

Il secondo elemento è suggestivo perché Gesù ci sta dicendo che Padre non è un attributo, uno dei tanti nomi con cui possiamo chiamare Dio – per esempio i musulmani hanno i 99 nomi di Dio, clemente, misericordioso, santo, altissimo e così via: sono degli attributi ma non raccontano ciò che è Dio con precisione. Gesù ci consegna questa parola: Dio è abbà, il nostro Padre, il papà che si curva sui figli, li protegge, ci gioca, è il confidente, indica la strada, li orienta nella vita. Il papà. Solo in questa esperienza possiamo comprendere allora quando pronunciamo la parola “padre”.

Però attenzione – qui arriviamo ad un elemento che forse è abbastanza sottovaluta-to – questo padre non è padre solo mio o tuo o suo. Gesù dice che è padre nostro. La parola “nostro” appare quasi fosse un ritornello nella preghiera del Padre nostro. Padre nostro, dacci (a noi) il pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non lasciare che noi abbiamo a cadere nella tentazio-ne. Quindi la parola noi, nostro non è un accessorio, è qualcosa di più importante perché la preghiera del Padre nostro costituisce il nostro essere comunità; il nostro essere, riconoscerci fratelli nel Padre.

Perciò questa è la preghiera dei figli e dei discepoli: in qualche maniera Gesù con-segnando questa preghiera chiede a ciascuno di noi di riconoscerci all’interno di questa comunità come una fraternità, e di riconoscerci all’interno del rapporto con Dio come un figlio nei confronti del padre, come un figlio nei confronti di colui che l’ha generato.

Chissà se siamo così coscienti noi che così sbrigativamente o meccanicamente di-ciamo queste parole: “Padre nostro…”. Sentiamo oggi più che mai questo “noi” man-care, ma questo forse ci fa bene, ci purifica dal chiamare padre Dio, e mettere il pro-prio “io” nella preghiera. Quante volte le nostre preghiere sono “io, io”, “Signore, fai per me questo”, “io voglio”, “io desidero”, “io auspico”, “io vorrei” …

La preghiera del Padre nostro ci converta, non “io”, ma “noi”.

Sempre uniti noi, sempre saldi noi nel Signore.

Vostro don Emanuele




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