Puntata del 26 marzo 2020


Buonasera San Carlo!
Sembra che uno spiraglio di luce si intravveda in fondo a questo tunnel, anche se le autorità scientifiche sono caute e non si espongono in giudizi troppi avventati.
Questo comunque lascia sperare che la quarantena che stiamo vivendo con i tanti sacrifici possa portare risultati significativi.

Veniamo alla nostra piccola riflessione che oggi è nei prossimi giorni prende avvio dall’evento sorgivo della nostra fede che è la Pasqua di Gesù. “Gesù Cristo patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto, discese agli inferi”.

Siamo soliti pensare alla Croce e alla Resurrezione come il grande finale della storia di Gesù, come il capitolo che conclude la sua vicenda. Nei vangeli stessi i racconti della passione sono collocati alla fine, ma per porci nella giusta prospettiva e avere una corretta comprensione dovremmo leggere i vangeli al contrario: tutto prende inizio dalla Pasqua del Signore.
Alla luce gloriosa del Cristo Risorto, vivo e presente, rileggiamo tutte le sue parole; i vangeli rileggono i suoi gesti, i suoi segni divengono la profezia del Regno che si è fatto vicino ad ogni uomo – di quel regno che nel cuore ormai di ogni uomo per la potenza dello Spirito santo.

Cinque parole ritmano la professione di fede che stiamo prendendo in esame.
Le parole sono: patì, crocifisso, morì, sepolto, discese.

Fatto singolare, ma comune ai due simboli di fede, che vengano citate solo due persone fisiche: la madre di Gesù Maria vergine e il procuratore della Giudea Ponzio Pilato. Colei che ha messo al mondo il Signore e colui che l’ha condannato a morte, la donna che ha dato a Dio un corpo umano e l’uomo che ha consegnato il Figlio di Dio alla morte e il corpo alla tomba.

Mi vorrei soffermare quindi sulla figura di Ponzio Pilato, personaggio chiave della passione del Signore ma anche figura emblematica del potere di fronte a Dio. Perché il suo nome compare nel Credo? Probabilmente perché la passione e la morte di Gesù non sono stati un dramma teatrale, una storia bella, commovente tragica, degna della più grande tragedia greca, ma un evento storico puntuale, che mette in evidenza in modo velato ma preciso che chi ha condannato Gesù è stato un romano, è stata l’autorità dell’epoca.
Pilato è personaggio che i vangeli ci presentano con una certa ambiguità: ammicca a Erode Antipa, chiaramente suo nemico, non vuole scompigliare l’equilibrio con le autorità del Tempio che sono avverse. Uomo di legge quale egli è, coglie l’infondatezza giuridica delle accuse contro Gesù, ma non può nemmeno scontentare il popolo, e con una logica perfettamente populista libera il ribelle Barabba anziché Gesù. Pilato diviene così colui che non prende posizione per non perdere la propria. È colui che appare titubante, tentennante anche a causa dei messaggi di sua moglie, Claudia, che riferisce riguardo a Gesù di essere stata turbata nel sonno. La condanna comunque è inflitta a Gesù dall’autorità romana, con buona pace di tutti coloro che hanno addossato, addossano e sicuramente addosseranno la colpa al popolo ebraico. Un procuratore romano condanna Gesù, soldati romani lo seviziano e lo torturano, e la pena inflitta è tipicamente romana: la crocifissione.

Invito per cui a leggere il dialogo nel Vangelo di Giovanni tra Gesù e Pilato, nei capitoli diciottesimo e diciannovesimo. Qui si ha l’incontro tra due poteri: quello che viene dall’alto ed è il potere di Gesù, il potere del Figlio, il potere del servizio di colui che ha lavato i piedi ai suoi discepoli, e il potere che viene dagli uomini, il potere che viene dal basso, il potere che decide chi deve morire e chi deve vivere, chi è degno di stare al mondo e di chi dev’essere eliminato, di che cosa è giusto e di che cosa è sbagliato.
In modo mirabile lo esprime bene il prefazio della Messa in Coena Domini del Giovedì Santo, dove nel passaggio centrale dice così: “Pur essendo il Signore è venduto a sacrilego prezzo da un servo e colui che giudica gli angeli è trascinato davanti al tribunale di un uomo”.

Prima di concludere un grazie commosso a tutti coloro che oggi si sono fatti vicini nel giorno nel quale festeggio il mio onomastico. Porto un nome abbastanza impegnativo, ne sono consapevole, ma con molta modestia lo dico, ma spero che sia vero per tutti noi.
Inoltre un ricordo particolare questa sera agli animatori e ai partecipanti ai gruppi di ascolto della Parola di Dio. Essi sono come la brace che sotto la cenere, tiene vivo e ardente il desiderio di ascoltare, pregare, approfondire e annunciare la Parola di Dio.

Vi stringo con un abbraccio forte,
Sempre uniti e avanti.

Vostro Don Emanuele.




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