Puntata del 27 marzo 2020


Buonasera San Carlo!
Immagino che la maggior parte di voi abbia vissuto poco fa il momento intenso di preghiera con il Santo Padre e la benedizione alla città ed al mondo intero. Abbiamo bisogno di gesti e parole di misericordia e benedizione per questo tempo arido e di solitudine, mai come questi giorni stiamo sperimentando nel nostro isolamento la forza della preghiera che diventa comunione e intercessione continua, non desistiamo e non stanchiamoci.

Il credo scandisce con cinque parole la morte di Gesù. La prima: patì sotto Ponzio Pilato. La seconda: fu crocifisso. La terza: morì. La quarta: fu sepolto. La quinta: discese agli inferi.

Al di là del significato che è di chiara comprensione e non ha bisogno di ulteriori spiegazioni vorrei semplicemente sottolineare il movimento che queste parole indicano, un movimento discendente dall’alto della croce al profondo della tomba; movimento fatto di dolore e di annientamento.

Innanzitutto, la prima parola: patire è la condizione di sofferenza e dolore che Gesù ha subito non solo nel suo corpo ma anche in tutto il suo essere. Lui, rifiutato dal suo popolo e da tutti gli uomini. Di fronte al male Dio fa la scelta di soffrire per le colpe e per il tradimento umano. Qui fa eco la profezia di Isaia che dice: “egli si è addossato i nostri dolori e noi lo credevamo abbandonato da Dio.”

Da qui il movimento discendente: è innalzato sulla Croce, confitto al patibolo, visibile in alto sotto lo sguardo impietoso di tutti, mostrando le membra nude nel momento della massima debolezza, dell’estrema impotenza: “Ha salvato gli altri non può salvare se stesso. Scenda ora dalla croce e gli crederemo”. Così gli aguzzini di Gesù ai piedi della croce. Ma egli dà la vita morendo, così come grida dalla croce: “Padre nelle tue mani affido il mio Spirito”, così ci dice l’evangelista Luca.

Da qui possiamo rileggere e pregare l’inno della lettera ai Filippesi, secondo capitolo: “Cristo Gesù pur essendo di natura divina …svuotò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di Croce”. Il segno visibile della morte è il corpo inerme, pendente dalla Croce che viene deposto nella tomba, nel seno della terra, come si getta un seme e si rimane poi in attesa silenziosa.

Ci sono due capolavori nella storia dell’arte che sono una meditazione sulla sepoltura di Gesù: la Pietà Rondanini di Michelangelo e la Deposizione nel sepolcro del Caravaggio. Entrambe colgono il movimento di una discesa nell’ombra della morte, come qualcosa a cui non si può sfuggire, ma nel contempo contengono la consapevolezza che questa morte non è una sconfitta ma, come si canta nel Preconio Pasquale, è la “vittoria del più grande dei re”.

Nella Pietà Rondinini, ultimo capolavoro di Michelangelo, egli rappresenta il corpo di Gesù come se sfuggisse alle mani che lo sostengono per scivolare verso il basso, verso il baratro; è il corpo di Gesù che sostiene le due figure che si appoggiano e rimangono così salde in equilibrio. Su questa morte poggia la nostra vita, da questa morte dipende tutta la nostra Speranza.

Nella parte inferiore il dipinto di Caravaggio è come se bucasse l’immagine: appare lo spigolo della lastra tombale, la pietra angolare rifiutata dagli uomini, ma scelta e preziosa per Dio.
Gesù, la pietra rifiutata, Dio la pone come l’inizio del suo Regno che non avrà mai fine, è il germoglio di una nuova creazione, è la pietra miliare da cui inizia l’amicizia tra Dio e gli uomini.
Da questa morte, da questa tomba si erge potente la nostra Speranza, speranza che non ci stanchiamo mai e poi mai di implorare e di chiedere, soprattutto in questo tempo segnato dalla prova e dal dolore di tanti.
Il Signore ci benedica e faccia risplendere il suo volto in questa notte, rendendoci le sentinelle del nuovo mattino.

Uniti più che mai nella preghiera,
Vi porto al Signore e nel mio cuore,

Sempre vostro don Emanuele.




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