Puntata del 28 marzo 2020


Buonasera San Carlo!
Eccoci al nostro appuntamento quotidiano, anche in questo sabato sera, forse non respiriamo il clima di attesa gioiosa e trepidante del Sabato del villaggio cantato da Leopardi, ma attraverso alcuni segni e accorgimenti sarebbe bello che sottolineassimo l’ingresso nel giorno del Signore.

Il sabato inoltre porta in sé un significato spirituale di grande intensità perché è il tempo del silenzio di Dio: pensiamo al Sabato Santo, alla tomba sigillata di Gesù nel giorno di riposo assoluto degli ebrei – che imitano il riposo del Signore Dio dopo che ha creato il mondo, secondo il racconto di Genesi.

Appositamente ieri ho tralasciato l’ultima delle cinque parole del simbolo degli apostoli che ci parlano della Passione di Gesù: “discese agli inferi”.
Mentre la terra tace, i discepoli sono rinchiusi e impauriti – e intanto il grande sabato di Pasqua viene celebrato da Israele; il Signore non rimane inerme nella morte che ha sperimentato, ma addirittura tocca il fondo dell’abisso andando a recuperare e a salvare la storia delle generazioni precedenti, i giusti, i profeti, gli uomini fedeli a Dio, coloro che hanno cercato e sperato nella salvezza e nella verità.
Ce la descrive bene un’omelia del quinto secolo d.C.: «Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine, grande silenzio perché il Re dorme, la terra è rimasta sbigottita e tace, perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Egli va a cercare il primo padre come la pecora smarrita, egli vuole scendere e visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalla sofferenza Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Io sono il tuo Dio che per te sono diventato tuo Figlio, svegliati tu che dormi, infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno, risorgi dai morti, io sono la vita dei morti».

Già la morte di Gesù ha una portata salvifica che addirittura è retroattiva, e la speranza e l’attesa dei padri e delle madri nella fede trova qui il suo coronamento. Ma è anche uno sprone per tutti noi a rimanere, anche in questo tempo di tenebra e di ombra di morte, portando dentro la forza della vita del Risorto. Stare agli inferi, significa vivere in un mondo privato dalla luce di Dio, è la condizione della disperazione, della malattia, della lontananza da Dio, dell’ateismo, della prova estrema. Cristo ci fa vivere questo tempo con una forza e una luminosità che è simile alla sua discesa agli inferi, quando egli li illuminò della sua gloria portando con sé, per sempre, presso il Paradiso, l’umanità.

Ci sono molti dipinti che rappresentano la discesa agli inferi di Gesù, dove si vede il risorto sbaragliare le porte oscure della morte, prendere per mano Adamo e d Eva e riportarli nel Paradiso da cui erano stati scacciati. Tra tutti preferisco quelli in cui, come quello del Beccafumi – un pittore manierista del tardo cinquecento -, accanto a Gesù c’è un personaggio che sembra essere il primo discepolo di Gesù, e a ben vedere è il buon ladrone che per primo entra nella vita e, accanto a Gesù, sorregge la croce mentre Egli prende con se tutti coloro che la terra teneva prigionieri negli inferi nel proprio seno. Questa la rappresentazione pittorica. Il discepolo sta dove sta il suo maestro, anche quando questi va negli inferi più oscuri e tenebrosi, quando entra nelle periferie umane della nostra esistenza, ma anche le periferie del nostro esistere, delle nostre città delle nostre condizioni: questi sono gli inferi in cui Gesù chiede a noi discepoli di stare, per portare la luce della sua Pasqua. Allora riecheggia il salmo 138 che ci dà forza: “Se salgo in cielo la tu sei, se scendo negli inferi, eccoti”.

Questa sera vorrei ricordare e salutare gli educatori della pastorale giovanile, di chi si occupa dei ragazzi delle medie, delle superiori, gli universitari, i giovani lavoratori.
Come me sicuramente sentite la mancanza degli incontri settimanali, dell’accompagnamento personale, del parlare di grandi temi, del raccontarsi un po’ la vita, dello stare insieme, della gioia del trascorrere un po’ di tempo in oratorio, ma sono certo che la distanza che stiamo provando non impedisce al legame che ci unisce, in qualche modo, di trovare forme fantasiose e belle per rimanere collegati e so che lo state facendo e di questo vi sono veramente grato.

Auguro a tutti voi una buona domenica ricordando che l’arcivescovo domani celebra in Duomo alle 11.00 ma la santa messa purtroppo non sarà trasmessa da Raitre ma la potremo trovare su Chiesa TV canale 195.

Sempre uniti e avanti.
Vostro don Emanuele.




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