Puntata del 8 aprile 2020


Buonasera San Carlo!
Buon mercoledì santo!

Oggi terminiamo il commento al Simbolo degli Apostoli con due articoli di fede che sono abbastanza impegnativi. Purtroppo, la manciata di minuti che dedichiamo a ciò ogni giorno non sono sicuramente sufficienti, troveremo magari altri modi in futuro, anche attraverso le vostre domande, per poter riflettere e approfondire.
Spero di essere abbastanza chiaro pur nell’esposizione sintetica tratteggiando quello che il Credo dice di essere “la risurrezione della carne e la vita eterna”.
Si tratta di un tema difficile, ma se ci pensiamo bene è ciò che ci apprestiamo a celebrare: la memoria di un evento passato come la Pasqua di Gesù è garanzia del nostro destino futuro e ultimo. Quello che è capitato a Gesù, in virtù del legame intimo e profondo che dal Battesimo è nato, capiterà anche a noi: moriremo, ma come Gesù risorgeremo e saremo nel Padre uniti con lo Spirito per sempre.
Allora che cosa si significa risurrezione della carne? Dobbiamo innanzitutto partire da un presupposto: che cosa significa carne? Il termine “carne” nel linguaggio biblico, soprattutto in quello del Nuovo Testamento, indica la condizione creaturale, cioè una condizione di fragilità e di mortalità. Risorgere nella carne vuol dire che Dio si occupa non solo dell’anima, del principio spirituale del nostro essere, ma di tutto quanto il corpo. Pensate a Gesù che all’inizio del suo ministero pubblico incontrava innanzitutto i malati, coloro che soffrivano nel corpo, e poi incontrava gli indemoniati, coloro che soffrivano, posseduti in un corpo che veniva deformato dalla presenza del maligno. Dio salva tutta la persona, perciò per i credenti è importante anche la cura del corpo, ovvero: io mi prendo cura di te, anche della tua fame, anche della tua sete, anche della tua nudità, del tuo corpo umiliato, venduto magari, del tuo corpo imprigionato e così via. Le cosiddette opere di misericordia corporali non solo leniscono le sofferenze, ma indicano la speranza che questo corpo risorga, che venga riscattato, che venga salvato.
La Risurrezione di Gesù è il modello, pensate che nella Preghiera Eucaristica prima, chiamata Canone romano, c’è un formula specifica per la Pasqua, nella quale si dice che: «oggi commemoriamo la Risurrezione di Gesù nel suo vero corpo». Ovvero, non è stato un corpo diverso, quello del Risorto, rispetto al corpo Crocifisso che ha subito la Passione, con le umiliazioni, le sevizie. Quello stesso corpo che è nato da Maria Vergine, il corpo che si è reso carne in mezzo a noi… È importante, questo legame. Legame nel quale i discepoli credono che in Lui, in questo corpo glorioso, vi è il corpo sofferente del Crocifisso: vedono le ferite, vedono, in questo corpo glorioso, le tracce del male che hanno sfigurato il corpo di Gesù.
I segni della Passione rimangono sempre. Così, anche il nostro corpo è un po’ come se registrasse tutta la nostra vita. Come faremo a riconoscerci quando saremo nella casa del Padre? Ci riconosceremo perché il nostro corpo registra tutto quanto. Allora, in modo sicuramente inedito e sorprendente, sapremo chi siamo e riconosceremo il viso dei nostri cari e dei nostri amici. Riconosceremo tutti quanti, il volto dei nostri nonni, riconosceremo anche i nostri avi, bisnonni, trisnonni, tutte le persone che si sono rese strumento del nostro esistere e anche i nostri discendenti.
Sarà un incontro singolare, splendido, la resurrezione della carne. Ed è vero che Gesù nel Vangelo di Giovanni dice: alla risurrezione dell’ultimo giorno, tutti saranno risuscitati, «quanti fecero il bene per una ri-surrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna».
Credo che Michelangelo Buonarroti, nel fondo della Cappella Sistina, abbia splendidamente raccontato tutto questo. Pensate che quando venne inaugurato il restauro, papa Giovanni Paolo II ammirando la Cappella Sistina, ritornata al primitivo splendore, vedendo anche questi corpi ignudi, che non destavano più scandalo di tanto, disse: «In questa Cappella, in questi affreschi è raccontata, è racchiusa la teologia del corpo». Del corpo redento, del corpo risorto, del corpo glorioso.
Allora la resurrezione della carne è proprio questo: veniamo rigenerati. È questa la Resurrezione, la Pa-squa è l’ultimo atto dell’opera creatrice di Dio, è il modo con il quale noi entriamo nella creazione nuova, quella che non conosce più né lutto, né lamento, né malattia, né morte. Vivremo sotto nuovi cieli, la terra nuova; questa terra avrà il sapore di casa, il sapore della patria, il sapore di essere finalmente arrivati; qui ogni travaglio è terminato, ogni ansia è finita, ogni nostra inquietudine – come dice Agostino – trova qui la sua pace.
Questo è il nostro destino e noi ci apprestiamo a vivere un evento che non è passato, un evento che sta alle nostre spalle. Vi invito piuttosto a mettercelo davanti agli occhi quello che ci aspetta. Il destino di Gesù è il nostro destino. Ci ritroveremo tutti insieme così. Perciò il nostro essere qui uniti e saldi è semplice-mente profezia e augurio di speranza per quello che sarà domani.
Termina qui, come vi dicevo, il commento al Credo, anche se ci sarà una postilla, l’Amen – merita la nostra riflessione questa parola.

Da domani sera, per tutto il Triduo, io manderò un documento vocale che sarà l’omelia. L’omelia alle celebrazioni di questi giorni santi, il cuore dell’anno liturgico, l’origine del nostro far festa e delle nostre feste, quindi appena sarà possibile, manderò, durante la celebrazione, subito, immediatamente dopo l’audio della Messa della Cena del Signore, alle 18.30. L’audio della Passione e Deposizione del Signore, venerdì alle 15.00, quella della Veglia Pasquale alle 21.00 e quella della domenica della Pasqua di Risurrezione alle 10.30.
Vi accompagno in questi giorni, siete con me sull’altare, non sentitevi distanti, sentitevi tutti ricordati, uniti nella comunione dei santi, attendendo e sperimentando già ora la gloria futura della Risurrezione.

Un grande abbraccio a tutti quanti.
Buon Triduo!
Don Emanuele




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