Editoriale Maggio 2021




“Fratelli, voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Gesù Cristo.”

Efesini 2,19-20


Fino alla domenica di Pentecoste ha occupato un posto accanto all’Altare, la grande pietra che ci ha accompagnato per tutto questo tempo pasquale, come fosse un monito ed un rimando visibile a quella saldezza che è Cristo e la sua Pasqua per noi, giusto per non dimenticare che la pietra angolare sulla quale rimanere ancorati, come ci ricorda la lettera agli Efesini, è proprio lui: il Risorto. Sono parole, quelle di San Paolo, che ci introducono al tema della festa di comunità di quest’anno, che idealmente chiude l’anno pastorale e rilancia le attività estive.

“LA COMUNITA’: LUOGO IN CUI CI SI PRENDE CURA”

Questa è la frase sintetica che racconta meglio l’anno che abbiamo trascorso segnato certamente dal perdurare della pandemia, vissuto nelle ristrettezze che ci sono state richieste per salvaguardare la salute e l’efficacia delle disposizioni sanitarie, ma che ha visto degli spiragli di apertura ed un modesto raggio di azione per alcune iniziative pastorali.

Il neopresidente Joe Biden nel discorso d’insediamento come Presidente degli Stati Uniti d’America ha citato un passaggio dal De Civitate Dei (La città di Dio) di S. Agostino, definendo così la realtà del popolo: come una moltitudine definita dagli oggetti comuni del loro amore.
Nel discorso di Biden questo riferimento va a rimarcare la ricerca d’identità di una nazione che ha sperimentato la divisione ed il contrasto a partire dalle ultime e travagliate elezioni presidenziali.
Ma questa citazione aiuta ciascuno di noi a definire il senso di appartenenza ad un popolo e a quello di comunità interrogandoci precisamente su ciò che ci accomuna.

Perciò, in che senso la comunità è il luogo nel quale ci si prende cura? È sempre così? È una utopia o un auspicio, oppure è un atteggiamento che vediamo praticato?

Proprio da qui posso scoprire la Comunità come luogo in cui ci si prende cura, cominciando dallo sperimentare la cura che Dio ha per ciascuno: il comune oggetto d’amore è proprio Lui.
Ciò che sentiamo come vero e appassionante è il Vangelo ed il desiderio di condividerlo; ciò che ci spinge è il senso di riconoscenza per ciò che di bello abbiamo e stiamo ricevendo, ciò che ci impegna a vivere con più partecipazione è la consapevolezza di dovere tutto a colui che ci ha fatto la Grazia di essere suoi.

Riecheggiano qui le parole di Paolo agli Efesini: “Non più né stranieri, né ospiti”. Due conversioni da operare perché chiedono di vivere non più come estranei, come se tutto ciò che mi circonda non mi riguardasse; così come l’ospite che usufruisce della casa, ne usa gli spazi, ne gode i beni senza sentirla sua, senza abitarla realmente.
Perciò la parola cura evoca la dimensione del legame vero e gratuito, di chi si prende a cuore persone, situazioni e luoghi.

Prendersi cura come antidoto all’indifferenza per il destino delle realtà che vivo.

Perciò la comunità cristiana per il fatto che essa esiste, bella o brutta che sia, perfetta o difettosa come può sembrare, rappresenterà sempre un appello alla sensibilità di ciascuno, per non cedere a logiche che rendono gli altri degli “invisibili”, ed i propri bisogni come l’unico metro di misura con cui stare al mondo.

E ciò di cui abbiamo veramente cura che alla fine ci definisce come comunità cristiana, non il contrario.

Da qui forse sarebbe bello una verifica significativa di ciò che effettivamente ci definisce: mettere etichette è facile, ma non sempre esse corrispondono al reale contenuto.




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