Consiglio Pastorale Settembre 2021


In breve le decisioni del Consiglio Pastorale del 18 settembre 2021


Il Consiglio si apre con la lettura del capitolo 7 del Libro dei Giudici, dove si parla dell’attacco dei madianiti da parte di Gedeone e di soli trecento uomini. Questi dopo aver rotto delle anfore contenenti delle fiaccole e al suono fragoroso delle trombe, con l’aiuto del Signore, riescono a vincere. Don Emanuele allora commenta: siamo chiamati a dare un messaggio ed una “sveglia” alla comunità; in che modo vogliamo farlo? Cosa vogliamo rompere? Abbiamo il coraggio di portare ad una rottura così che tutto non rimanga invariato ma sia portatore di un cambiamento? Da cosa vogliamo farci guidare?
Il Consiglio Pastorale deve dare lettura del territorio, far conoscere e accogliere i bisogni intercettando coloro che di solito non frequentano la parrocchia. In questi ultimi tempi a causa della solitudine che la pandemia ha portato, il rischio della comunità è quello di avere uno sguardo depresso che porta con sé poca fede e tante lamentele. Quindi, a partire dalla lettera pastorale dell’Arcivescovo Delpini occorre pensare a delle linee guida, che possano aiutare la nostra comunità in tutti i suoi ambiti, un pensiero che ci aiuti ad avere uno stile evangelico. Le riflessioni di alcuni consiglieri ribadiscono l’importanza di avere uno sguardo positivo sulla realtà che ci circonda: puntare su celebrazioni significative, momenti di aggregazione che coinvolgano molti, offrire servizi utili sul territorio, così da poterci far riconoscere e apprezzare.
Ciò non è facile perché in questo momento mancano le risorse per portare avanti eventi nuovi, bisogna partire da quello che abbiamo: sono le celebrazioni eucaristiche e quelle dei sacramenti quei momenti che ci connettono con il fuori.
Altri interventi riguardano lo stile che si vuol dare alla comunità.
Ci deve essere un’apertura del pensiero verso l’altro, una flessibilità nelle relazioni che mi porta a sentirmi vicino a tutti. Allora come mai il lamento è così diffuso? In fondo i primi cristiani sono partiti semplicemente dal loro volersi bene e dal loro voler stare insieme. La vera gioia nasce dalla relazione con gli altri e allora come possiamo fare perché ci sia armonia e comunione reale tra di noi? A volte sono le parole, vere e sincere, che danno conforto, che portano gioia e allo stesso tempo la trasmettono.
C’è anche il problema degli anziani che ora non vengono più in chiesa: bisogna pensare anche alla loro solitudine.
Don Emanuele sottolinea come Dio parta sempre da una famiglia per creare una famiglia. Se c’è un’eccellenza è lo stile familiare che noi possiamo mostrare ed offrire, uno stile a misura d’uomo, così che ognuno venga accolto come persona e non come un numero. Dobbiamo imparare a vivere l’ordinarietà e la parrocchia deve aiutare le persone a vivere le fatiche e le gioie ad essa connessa.
Perché non pensare all’eccellenza nella celebrazione? È lì che noi viviamo il cuore della fede e da lì dovrebbe poi discendere tutto il resto.
fratelli è cura. Perchè l’accoglienza non basta bisogna anche prendersi cura, cioè sostenere le persone nel tempo ed essere perseveranti nelle relazioni. Don Emanuele presenta poi il tema di come la comunità e i laici fanno sentire la vicinanza alle persone nel periodo natalizio.
Il messaggio da mandare è che la comunità c’è e sostiene. Si potrebbe pensare ad un momento di preghiera e benedizione da parte del Parroco nell’androne del caseggiato in cui si presenteranno i laici che poi andranno a fare visita alle famiglie.
Chi visita può diventare un punto di riferimento per il caseggiato stesso, colui o colei che intercettano i bisogni delle persone e che portano la testimonianza della parrocchia.
Si è formata quindi una commissione che deciderà sull’aspetto organizzativo.




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