I conflitti dimenticati

E come rimediare a questa presunta e sconcertante dimenticanza

Esistono guerre di “serie A” e guerre di “serie B”? In che misura istituzioni, mass-media, opinione pubblica, si “dimenticano” o rischiano di dimenticarsi di alcuni conflitti? Per provare a dare una risposta a questi interrogativi ci siamo rivolti al libro “I conflitti dimenticati” a cura di Caritas Italiana in collaborazione con Famiglia Cristiana e Il Regno.

La ricerca sui conflitti dimenticati condotta e proposta da Caritas Italiana agli inizi degli anni 2000 si inserisce all’interno di un più vasto progetto di approfondimento sul tema dei conflitti e della costruzione di possibili percorsi di educazione alla pace e al superamento delle situazioni di guerra.

Un conflitto non ha un significato necessariamente negativo e non deve essere automaticamente associato alla violenza: “il conflitto è da considerarsi una opportunità, anche se allo stesso tempo non se ne possono disconoscere gli aspetti di rischio e pericolo: non dobbiamo infatti dimenticare che in tutto il pianeta, conflitti armati, cruenti o comunque violenti generano morte, sofferenze e povertà per molte persone.”
In questo senso, una possibile azione che tenda ad affrontare le cause dei conflitti e a prevenirne eventuali evoluzioni negative, promovendo la costruzione di una cultura di pace e di rispetto dei diritti umani, rientra sicuramente nei compiti statutari della Caritas Italiana.

A tal proposito ho piacere di ricordare che proprio il 10 dicembre si è svolta la giornata mondiale dei diritti umani, in occasione del 73° anniversario della proclamazione della Dichiarazione universale dei diritti umani. Per questa occasione il cinema teatro Rondinella e alcune associazioni (tra cui Emergency, Dire Fare Dare e CGS Rondinella) hanno promosso una serie di eventi culturali volti a sensibilizzare, così come condiviso da Caritas Italiana, un agire responsabile volto a promuovere la pace.

METODO DI INDAGINE
L’indagine delle origini di questa dimenticanza, esposta all’interno del libro, viene guidata da tre interrogativi che lo studio definisce come “obiettivi conoscitivi”, per ciascuno di questi interrogativi è stato avviato uno specifico percorso di indagine.
Il primo interrogativo è di tipo conoscitivo: esistono conflitti armati nel mondo? Di che tipo e dove? Si cerca dunque di fornire al lettore una “mappa” del pianeta divisa in “zone di pace” e “zone di guerra”.
Vengono date alcune definizioni come il concetto di conflitto armato, anche tenendo conto di fenomeni ad esso connaturati (flussi di rifugiati, traffico d’armi, embarghi, economie criminali, terrorismo).
Il secondo interrogativo cerca invece di quantificare il grado di rilevanza dei conflitti all’interno dell’opinione pubblica generale.
I conflitti sono dimenticati? Come vengono trattati e considerati dall’attenzione pubblica in Italia? L’analisi si è focalizzata soprattutto laddove la cosiddetta “comunità internazionale” non ha interesse ad intervenire.
Il terzo interrogativo presuppone che all’interno del nostro sistema sociale ci sia un manifesto disinteresse nei confronti di alcune situazioni di conflitto.
È quindi possibile trovare una spiegazione scientifica, delle cause per tale fenomeno di oblio generalizzato?

Il metodo utilizzato nell’indagine fa considerazioni di tipo statistico approfondendo lo studio di un campione limitato di conflitti, in totale 25 nel momento dello studio.

Il testo infatti è stato pubblicato nel 2003, ma l’approccio di sensibilizzazione e promozione culturale sul tema dei conflitti dimenticati che utilizza, è ancora molto attuale.
È per questo motivo che ho scelto di proporlo e ne consiglio la lettura (per chi interessasse una versione estesa è reperibile anche in pdf).
All’interno del libro, oltre alla mappa dei conflitti, ne viene descritta brevemente la storia, le cause, le origini, i mutamenti e l’aspetto più sconcertante è che oggi come allora: “La gran parte delle guerre odierne viene combattuta lungo le periferie del pianeta: regioni internamente eterogenee, politicamente frammentate, distanti e dipendenti dalle aree che fanno parte del “core”, i centri del sistema internazionale”.
CHE FARE DUNQUE?
Prima di tutto informare ed informarsi, sebbene la ricerca metta in luce come l’opinione pubblica non sia sufficientemente informata sulle guerre in corso e le azioni che le determino, oramai ciascuno di noi ha accesso a pozzi infiniti di informazione da cui attingere.
Ci si aspetta che la presa in considerazione di determinati argomenti non sia legata solamente all’audience o al numero di copie vendute, ma molto spesso è così, basta guardare alla situazione afghana accantonata senza troppi rimorsi.
È partendo da risolvere le cause di questa “dimenticanza” che si può contribuire a comprendere, e col tempo tentare di risolvere, le cause di tali conflitti.

In secondo luogo è quindi fondamentale educare al rispetto, al dialogo, alla responsabilità reciproca, perché è importante anche ciò che non ci riguarda in prima persona, che accade fuori dai nostri confini e magari a migliaia di chilometri di distanza.
E a proposito di essere interconnessi, temo che questa pandemia ce lo abbia insegnato bene: siamo molto più vicini di quanto riusciamo a credere e anche se accade dall’altra parte del mondo, un evento ci riguarda sempre, direttamente o indirettamente.

Per questo motivo viene rinnovato l’invito alla responsabilità, da parte delle istituzioni ma anche da parte nostra, di custodire ciò che ci è stato lasciato e oggi ci appartiene, i nostri diritti ma anche i diritti di quel nostro fratello che non riesce a far sentire la propria voce.







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