Ricordando il dr R. Trezzi

La cura e l’umanità che scaldano il cuore

Un lutto cittadino è stata la scomparsa del Dottor Roberto Trezzi, per anni medico di base con studio nel quartiere, caduto vittima di Covid. Queste le parole di stima e di gratitudine e il ricordo di una sua paziente perché “di medici così” se ne incontrano ben pochi.

Da oltre un anno ormai il mondo intero è stato colpito da una pandemia che sta procurando ingenti danni a livello economico, sociale ed umano di cui non si aveva ricordo forse dalla seconda guerra mondiale. Da mesi i media ci aggiornano a tutte le ore con dati sempre più preoccupanti: finalmente, da qualche settimana, ai contagiati si aggiunge il numero delle persone vaccinate. Tutti coloro che hanno avuto a che fare con la malattia, in modo più o meno grave, o che hanno avuto una persona cara coinvolta, sanno bene quanta ansia e quanta sofferenza si provi, quanto sia difficile il distacco da chi viene ricoverato e che non possiamo più visitare, a volte neanche più sentirne la voce. E quando succede che quella stessa persona non torna più a casa, a familiari e conoscenti spesso non viene concesso nemmeno un ultimo abbraccio, un ultimo saluto.
Anche la nostra città è stata molto colpita da questa pandemia, dall’inizio si sono registrate centinaia di morti. Tra questi voglio ricordare il Dottor Roberto Trezzi morto il 23 dicembre 2019, a soli 66 anni.
Ci ha lasciato dopo oltre quaranta giorni di ricovero e di lotta in terapia intensiva. La città intera si è stretta intorno alla famiglia in questo momento così doloroso e questo perché Trezzi era una persona davvero speciale. Per tanti anni, e molte persone del quartiere se lo ricordano bene, aveva tenuto lo studio prima in via Puccini e poi in via Pirandello oltre al suo storico a Marelli, rione Vittoria. Quando poi era rimasto aperto solo quest’ultimo molti di noi lo avevamo seguito ben consapevoli che “un medico così” non lo potevamo lasciare. È rimasto il nostro medico di famiglia per quasi quarant’anni, seguendo ben tre generazioni.
In realtà avevamo iniziato senza saperlo la nostra carriera in ambito sanitario nello stesso ospedale a Milano agli inizi degli anni ottanta: lui giovane medico ed io appena diplomata infermiera. Allora non ci conoscevamo ma poi questo fatto era stato motivo, nel tempo, di condivisione d’impressioni e riflessioni su questo mondo non sempre esemplare. A volte, tornando dal lavoro, mi recavo nel suo studio a Marelli per qualche prescrizione e lui mi diceva: “Signora ma non stia a fare la coda, mi lasci la richiesta che poi le preparo le ricette” e io rispondevo “Ma io vengo volentieri a salutarla! Cosi ci vediamo e se le avanza tempo ci raccontiamo le novità di questa sanità ospedaliera e territoriale così incerta”. E ancora di più queste riflessioni sono emerse durante i mesi della pandemia che si è trovato spesso, come molti altri medici, ad affrontare da solo, fino a pochi minuti prima del ricovero, perché la dedizione alla sua professione veniva prima della sua stessa salute. Ciò che lo caratterizzava era la sua attenzione verso tutti i suoi assistiti tanto che non mancava mai di chiedermi “La nonna come va? I ragazzi, suo marito?”. Poche parole ma che dimostravano la sua forte empatia e la sua gentilezza.
In tutti questi anni c’è sempre stato un grandissimo rapporto di stima reciproca oltre che di condivisione di aspetti puramente professionali. Se dovessi con poche parole esprimermi su lui direi “era il medico di famiglia” nel senso più vero, più etico, più professionale e più puramente umano del termine. Lui c’era sempre.
Ci viene insegnato che un bravo operatore sanitario deve “sapere”, “saper fare” ma soprattutto “saper essere”, perché questo è il primo aspetto che viene recepito dal paziente.
Il Dottor Trezzi racchiudeva tutto questo in modo encomiabile e per questo non potremo dimenticarlo.
Grazie, grazie di tutto.




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